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Perché proporre oggi, a quasi un secolo di distanza il
lavoro di Estella Canziani?
Intanto, per il valore intrinseco. Si tratta
della preziosa testimonianza di un'attenta e appassionata viaggiatrice che ha
percorso il Piemonte contadino osservando,
annotando, dipingendo e con ciò fornendoci una ricca testimonianza di usi e
costumi della cultura tradizionale. Ma anche, e
non secondariamente, perché questo lavoro può collocarsi in un fenomeno di
riscoperta delle tradizioni popolari che oggi
appare sempre più evidente e che risponde a bisogni prodotti dalla complessità sociale.
Il lavoro ripropone i dipinti presenti nel volume Canziani E., Rohde E. (1913) Piedmont,
London, Chatto & Windus; trad. it., Canziani E., (1917) Piemonte,
Milano, Hoepli; ristampa anastatica a cura di Grimaldi P., (1993), Torino,
Edizioni Omega.
Il testo è tratto dalla ristampa anastatica del volume di E. Canziani (1993).
All'inizio del XX secolo una giovane inglese della buona società,
ricca, originale e dallo spirito libero, parte alla scoperta delle Alpi.
Ignorando le cime e le località alla moda, si addentra nelle valli più remote,
si ferma nei villaggi sperduti, vive duramente con la gente del posto.Osserva.
E dipinge. Dipinge senza sosta tutto ciò che vede, con minuzia e precisione.
Certamente le cime e le foreste, i villaggi e i giardini. Ma soprattutto i
montanari: è stata la prima e sarà l'unica artista a rappresentarli nel loro
contesto quotidiano, in casa e in chiesa, catturando l'incantevole riflesso dei
costumi femminili e l'umile semplicità dei lavori domestici.
Epigona della scuola preraffaelita, le sue tavole dai colori luminosi e
penetranti ci offrono la poesia e la dura serenità di una realtà alpestre la
cui memoria rifiuta di svanire.
Il sogno virgiliano
François Forray
Quale ragione può spingere, negli anni tra il 1905 e il 1910, una ricca e
bella ragazza ventenne, di cultura anglo-italiana, ad affrontare difficili
viaggi nel profondo delle Alpi?
Ella non vi si reca sola ma in compagnia del padre Enrico Canziani, un ricco
ingegnere italiano che vive tra Londra e Milano. Sua madre, la brillante Louisa
Starr, è una ritrattista di fama che gravemente colpita da una malattia non può
più viaggiare. Questa persona tanto cara, adorata dal marito e dalla figlia,
muore nel 1909. Durante i mesi della malattia della madre e del lutto, i legami
tra Estella ed il padre si intensificano. Quest'uomo appassionato di oggetti
tradizionali, pronto a spendere somme considerevoli per soddisfare la sua
passione di collezionista, sembra concepire un preciso progetto per la figlia:
farla riconoscere come studiosa di folklore e per questo la incoraggia e la
sostiene, fino a finanziare collaboratori incaricati di aiutarla raccogliendo
dati e traducendo le opere scientifiche.
In questi primi anni della Belle Époque, in cui si assiste al trionfo del
capitalismo e alla nascita dell'industrializzazione, qualche anima più avveduta
inizia già a pensare, come ben sostengono i poeti, che «la vera vita è
altrove». Si iniziano a denunciare i misfatti delle città sovrappopolate, il
miasma dell'industrializzazione, l'iniquità della dominazione coloniale, e lo
sguardo volge verso una scienza nuova: l'etnologia, che pervasa da un profumo
d'esotismo e dal mito della ricerca del «buon selvaggio» descrive, studia
l'arte e le società a carattere tradizionale.
Bisogna ormai inoltrarsi nelle valli più remote, nel cuore delle montagne per
ritrovare qualche lembo della civiltà alpina, poiché fin dai primi anni di
questo secolo la montagna si è trasformata con l'arrivo della ferrovia,
l'installazione di centrali elettriche, l'estendersi delle industrie chimiche e
metallurgiche, lo sviluppo di stabilimenti termali. L'emigrazione verso le
grandi città svuota numerosi villaggi, come constata la stessa Estella
Canziani, incontrando a Bessans la moglie di un conducente, che è di ritorno al
proprio paese. «Quando io e mio padre venimmo per la prima volta in Savoia era
il 1905, io mi misi a interrogare alacremente la gente sulle loro abitudini,
sui loro costumi, più per una forma di divertimento che altro, senza
minimamente prevedere che un giorno avrei pubblicato quelle informazioni che
stavo raccogliendo. Ma nei due anni che seguirono, rimasi colpita dalla
rapidità con la quale alcune zone della Savoia stavano modernizzandosi, sebbene
in località più arretrate persistesse ancora la credenza nelle fate e la
popolazione fosse ancora ben lontana dall'essere contaminata dalla così detta
civilizzazione», così scrisse l'autrice nella sua prefazione.
Prima ancora di essere etnologa, Estella Canziani è un'artista. Si era
impegnata nello studio della pittura alla scuola di South Kensington, sotto la
guida di Anthony Cope e John Nicholson e realizzò ritratti, paesaggi,
acquerelli a carattere scientifico che le permetteranno in breve tempo di farsi
conoscere. Ella è in perpetua ricerca del bello e del vero attraverso oggetti
d'altri tempi ed alla scoperta di personaggi dalla vita interiore
particolarmente intensa ed appassionante. Si dedica con vivo interesse alla
raccolta di leggende e di costumi, un po' come voler portare alla luce i segni
dell'invisibile. Estella Canziani possiede soprattutto la straordinaria
sensibilità dell'artista-pittore, incessantemente alla ricerca di giochi di
luce che si riflettano sui volumi e sui colori. Che felicità ritrovare in una
umile stanza di una casa di Pragelato l'atmosfera di Rembrandt! Quale gioia
contemplare visi di piccoli montanari che ricordano i quadri di Bernardino
Luini e di Ambrogio Borgognone. Ella s'inscrive pienamente in quel corteo di
artisti dell'epoca, tra i quali figurano André Jacques, André-Charles Coppier,
Léandre Vaillat, che si immergono per settimane tra le gente di questi villaggi
per meglio assaporarne la vita paesana e montanara. [...]
Al termine di questa rivisitazione sulla cultura popolare piemontese del
primo Novecento pare opportuno chiedersi quali siano stati i motivi che hanno
spinto la Canziani a condurre un lungo ed intenso lavoro etnografico durato
oltre un decennio e che l'hanno portata dalle Alpi della Savoia a quelle del
Piemonte per approdare infine alle montagne dell'Appennino abruzzese.
La Canziani abita in un paese che all'inizio del Novecento già aveva
conosciuto una profonda trasformazione.
Il tempo dell'industria si stava imponendo su quello delle campagne. Nelle
montagne francesi e italiane la nostra viaggiatrice incontra un mondo ancora
per molti versi caratterizzato dall'oralità.
Dopo un primo impatto con questa cultura dai tratti arcaici la Canziani scopre
primi elementi di trasformazione.
Già durante la ricerca sulla Savoia avverte che la gente del luogo sta
abbandonando rapidamente l'abito tradizionale: "Les costumes pittoresques
sont malheureusement remplacés peu à peu par les vetements de confection
moderne" (1911, p. VII), così come osserva
successivamente nel corso dell'indagine in Piemonte: "...i bei vestiti
antichi di una volta sono spesso dati in cambio per dei moderni" (1913, p. 178) Scopo principale di questo lavoro è
dunque quello di documentare la cultura orale e materiale al fine di
salvaguardare la memoria di un mondo percorso ormai da cambiamenti avvertibili.
Questa intuizione guiderà la Canziani alla raccolta di fatti folclorici in un
drammatico momento di trapasso.
I contadini raccontano e posano per questa viaggiatrice "curiosa",
ignari di consegnare aspetti di una "storia minore" poco prima di
essere strappati dalla loro terra per diventare attori inconsci di una
drammatica "storia maggiore" sul fronte della prima guerra mondiale.
Al termine di questo lavoro mi pare che, a distanza di quasi un secolo, i
costumi tradizionali dipinti dalla Canziani "siano ritornati di
moda", metafora di una sartoria etnica che con il filo del tempo cuce,
ricuce, spezza e riannoda scampoli sparsi della tradizione, ricombinandoli,
rifunzionalizzandoli e reinventandoli, alla ricerca di risorse per vivere la complessità sociale.
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