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SERENA GIUSIANO
Tesi di Laurea SPAZI
E RITI DELLA MORTE A TORRETTE (Valle Varaita)
Estratto dal lavoro
di inquadramento storico-geografico
A partire dai primi
decenni del Cinquecento, per quasi due secoli la pace religiosa delle
valli viene sconvolta dal diffondersi di movimenti ereticali e dalla
controffensiva delle forze cattoliche tese a restaurare la fede e i
costumi messi in crisi dall'avanzata protestante. Vari fattori
spiegano il diffondersi dell'eresia nelle valli alpine nel
Cinquecento e Seicento. In primo luogo la situazione geografica e
politica: il Piemonte era in quel periodo circondato da territori
fittamente popolati da eretici. E' attraverso i valichi e la
mediazione dei mercanti che si diffonde l'eresia (Garino 1989,
51-53).
Nella Castellata, a cui
apparteneva l'ambito territoriale preso in esame, con grande
approssimazione, le vicende della Riforma si possono raggruppare in
tre distinte fasi.
Gli ultimi decenni del
secolo XVI vedono l'affermazione della Riforma sull'intero
territorio della Castellata e la conseguente estromissione del culto
cattolico da tutte le parrocchie.
Il secolo XVII vede il
ristabilimento del culto cattolico: la missione cappuccina a
Casteldelfino diventa operativa nel 1603, più tardi viene
istituita la missione di Chianale. Ai protestanti sono riconosciute,
fino al 1685, alcune salvaguardie che, pur garantendo la
sopravvivenza del culto riformato, non impediscono una progressiva
marginalizzazione della presenza protestante. Nel 1685, in anticipo
rispetto alla revoca dell'editto di Nantes, il culto riformato
è proscritto in tutte le località della Castellata e di
conseguenza relegato in una condizione di completa clandestinità
(Ottonelli 1988, 31).
La valle Varaita, già
funestata nel XVI secolo dalle lotte religiose e nel XVII dalla
grande epidemia di peste seguita alla guerra di successione per
Mantova ed il Monferrato (De Angelis 1979, 23-53), conosce nuove
vicende belliche nel 1743 e 1744, quando le milizie gallo-ispane, nel
quadro della guerra di successione austriaca, si scontrano a più
riprese con i piemontesi sino alla battaglia della Battagliola (19
luglio 1744).
L'emigrazione
riprende con maggiore intensità come rimedio alla povertà,
alla miseria e alla peste. In un'economia ancora debolmente
monetaria, l'emigrazione porta un po' di denaro liquido.
Per l'ampiezza, la varietà e la riuscita di alcuni
soggetti, le emigrazioni delle alpi Occidentali, nel XVII e XVIII
secolo, sono le più spettacolari dell'intera catena
(Guichonnet 1987, 287-289).
L'emigrazione
stagionale non impedisce alla popolazione di crescere durante quasi
tutto il XVIII secolo. La Chastelado anzi, tocca nel 1774 il
suo massimo storico. Ma fra il 1790 ed il 1810 il saldo migratorio è
quasi ovunque così negativo da ridurre al minimo la crescita
della popolazione.
Molto sovente
l'emigrazione stagionale prepara l'esodo definitivo. La
consultazione del Calendario Generale del Regno Sardo rileva che nel
decennio 1828 - 1837 si ha in alta val Varaita un incremento
reale di sole 323 unità contro un incremento naturale di 972
unità (Ottonelli 1979, 34).
Un'altra
considerazione che emerge dai questi dati è che, mentre nelle
altre valli occitane un capitolo importante dell'emigrazione è
la trasformazione del contadino in pastore transumante verso la
pianura, nella val Varaita questo non succede. Qui l'emigrazione
è determinata da scelte che sono dettate sia da necessità
economiche sia da senso di appartenenza: l'emigrazione in
Linguadoca e Provenza è troppo massiccia per non essere anche
la risposta al richiamo culturale dell'antica unità
brianzonese.
La diffusione del
contagio ereticale, la presenza di una forte emigrazione stagionale
verso la Francia e l'alto tasso di alfabetizzazione presente in
alta valle nel Settecento permettono di inscrivere la val Varaita in
quello che Viazzo definisce il "paradosso alpino" (Viazzo
2001, 160): ovvero si può affermare che le comunità
delle terre alte, nonostante l'apparente isolamento geografico,
siano state economicamente e culturalmente più aperte rispetto
a quelle situate nella bassa valle.
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Estratto dal
lavoro di inquadramento culturale
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L'accettazione del
fenomeno del ritorno dei defunti da parte della Chiesa Cattolica è
relativamente recente; fino al XI secolo essa ha negato la
possibilità di comunicazione fra i vivi e i morti, attribuendo
le occasioni interpretabili in tal senso (ad esempio i sogni)
esclusivamente all'opera del diavolo. Un residuo di tale
impostazione può essere considerato nel detto raccolto a
Torrette secondo cui "chi crede ai sogni fa peccato mortale".
Nei secoli XI e XII i
racconti sugli spiriti, riferiti da testimonianze scritte o, più
spesso, orali, si diffondono in maniera considerevole.
Schematicamente si distinguono tre tipi di narrazioni: i miracula
sono racconti, spesso anonimi, riuniti in raccolte appannaggio di
istituzioni ecclesiastiche, di carattere agiografico; i mirabilia
sono racconti di prodigi e traggono la propria origine
dall'osservazione stupefatta delle curiosità della
natura o del genere umano; spesso gli autori sono preti immersi nella
cultura laica e, nonostante la redazione in latino, sono più
contigui alle microculture locali delle genti che a quella ufficiale
della Chiesa; gli exempla, diffusi a migliaia dalla prima metà
del XIII secolo dai predicatori secolari, sono racconti che fanno
riferimento al soprannaturale ma non manifestano la stessa
preoccupazione di localizzare con precisione l'avvenimento che
è propria dei miracula, essendo più orientati
alla ricerca di una lezione morale (Schmitt 1995, 60-70).
Tutti questi documenti
non solo sono più numerosi a partire dalla svolta dell'anno
Mille, ma radicalmente nuovi: parecchi autori sottolineano la novità
e la moltiplicazione delle apparizioni dei morti che, a ragione,
collegano con lo sviluppo del culto dei defunti, i quali appaiono ai
vivi per esortare la penitenza e per sollecitare i suffragi (Schmitt
1995, 81-97).
I racconti delle
apparizioni svolgono tutta una gamma di funzioni. Esprimono e nello
stesso tempo plasmano le diverse forme di credenza relative al
ritorno dei morti o alle pene del purgatorio e mirano a radicare una
morale e certe norme di comportamento. Hanno infine una chiara
funzione di controllo sociale ed economico, originata
dall'indispensabilità della struttura religiosa nella
mediazione fra i due mondi e cementata dalla "necessità"
dei suffragi per sostenere il buon cammino dei propri defunti verso
la grazia di Dio (Schmitt 1995, 229-260).
I revenants
infatti vengono, su permesso speciale, per testimoniare del luogo del
Purgatorio, del tempo, del passaggio al fine di ricordare ai vivi il
loro dovere di assistenza. Si impone la forza organizzatrice della
credenza del Purgatorio di cui Jacques Le Goff ha messo in scena la
nascita e il trionfo a partire dalla fine del XIII secolo. In effetti
si materializzò allora che, dopo la morte e prima del Giudizio
Universale, esistesse un luogo e un tempo in cui "L'anima
purga la sua pena". Ma non si tratta di una situazione
duratura: a seconda dei pesi dei suoi sbagli e a seconda
dell'assistenza spirituale ricevuta da coloro che le hanno
sopravvissuto, l'anima può accedere, molto prima della
fine dei tempi, alla Visione Beatifica di Dio (Le Goff in Fabre 1987,
20-21).
Ovviamente i livelli di
analisi di un fenomeno di questo genere, così antico e così
legato alla profondità delle relazioni primarie degli esseri
umani, sono molteplici. All'analisi storica, sociologica,
culturale si affianca, perfettamente legittimo, il vissuto delle
persone, che con la loro fede nella possibilità di
comunicazione con i defunti creano in definitiva la possibilità
della comunicazione stessa.
Oltre all'incontro
con una singola persona defunta la cultura popolare locale registra,
un po' ovunque, la possibilità di entrare in contatto
con gruppi di anime in processione; sono state reperite testimonianze
relative a questa credenza nelle valli Cuneesi (Po, Varaita, Stura e
Grana), nelle Valli di Lanzo e nelle valli Strona e Cusio (Jorio
1994, 114-115).
La processione delle
anime, a Torrette lou cours, era nella maggior parte dei casi
a carattere penitente; i defunti stavano cioè compiendo un
percorso di purificazione per poter accedere al Paradiso. In val
Maira alcune testimonianze attribuiscono al cours la funzione
di portare la morte, di prelevare la nuova anima e di condurla con se
(Ottonelli 2004, 16).
Nel territorio da me
preso in considerazione, peculiarità condivisa con buona parte
della val Varaita, il cours non procedeva verso una meta
ignota ma aveva come destinazione una chiesa in cui si raccoglieva in
preghiera.
Perchè il cours
potesse avere luogo era necessaria la presenza di una persona viva
che aprisse la processione. In modo simile a quanto già
esposto riguardo alla funzione di "guida del rosario",
anche per guidare la processione delle anime occorrevano particolari
qualità morali e buoni costumi (Savi Lopez 2003, 109). La
frequentazione delle anime e la conoscenza dei segreti di cui esse,
riconoscenti, la rendevano parte, conferiva alla guida importanti
poteri di mediazione: poteva in questo modo informare un vivo sulle
condizioni di un congiunto defunto (Fina S., Fina V. 1988, 89) o,
molto più raramente, aiutare il primo ad entrare in contatto,
generalmente visivo, con il secondo (Ottonelli 2004, 17). La
"chiamata" rappresentava spesso un onere, oltre che un
onore, che il "chiamato" non poteva rifiutare e a cui
doveva rispondere con un atteggiamento quasi stoico.
La potenza, in alcuni
casi la pericolosità, del cours è riconosciuta
da tutte le fonti da me consultate, bibliografiche e orali. Molto
diffusa è l'idea che il passaggio della processione
avesse il potere di paralizzare temporaneamente le persone che si
trovassero sulla sua via o che potessero in qualche modo incrociarla.
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Estratto dal
lavoro di analisi dei riti funebri
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Dounar
lou vestì
A Torrette si riteneva
fondamentale donare un vestito del morto entro un anno dal funerale.
Era infatti nutrita la convinzione che il vestito con cui il defunto
era stato seppellito durasse soltanto un anno; questo rendeva
importante fornire al morto un "abito eterno" che lo
ricoprisse nel viaggio ultraterreno: lo scopo si raggiungeva donando
uno dei vestiti del defunto ad un vivo che lo indossasse. Ricevere il
vestito era considerato un onore ed indossarlo un dovere.
Il destinatario del dono
doveva appartenere alla cerchia familiare e la sua individuazione
seguiva regole abbastanza precise, centrate su ordini gerarchici
all'interno dell'appartenenza di genere: se moriva un
padre il vestito andava al primogenito, al marito della primogenita o
al suo primogenito, se moriva una mamma alla primogenita, alla moglie
del primogenito o alla sua primogenita.
Il vestito si donava
indifferentemente per gli uomini, le donne e i bambini. L'usanza
non era invece capillarmente diffusa sul territorio della valle:
"... C'era
anche in Gilba. E invece a Bellino, [...] là non si
dava..." (dondo Margò).
L'importanza di
donare il vestito è testimoniata dal gran numero di aneddoti
legati alla sofferenza del morto quando questa norma non veniva
rispettata. Ad esempio:
"C'era una
donna che non aveva più molti parenti e allora suo nipote la
mette in consegna da una famiglia de La Vilo (Casteldelfino)
dicendo: <Non voglio che usiate dei soldi vostri, segnate tutto
ciò che pagate ed io vi rimborserò tutto>. Questa
famiglia si è presa cura di lei e quando è morta ha
provveduto all'interramento...il loro compito era finito! Ma
non le hanno dato il vestito! [...] Una volta eravamo in un
posto e ad un certo punto una ragazza giovane ha detto: <Oh, chi è
là? Mia nonna! [...] E' lì che arriva [...]
I es en chamizo ("E' nuda")!> Lei la
vedeva e gli altri non la vedevano. Sapete com'è? Questa
fanciulla vedeva sua nonna chamizo perché non aveva
avuto il vestito!" (dondo Margò).
E' interessante
qui sottolineare quanto sia cambiato il concetto di nudità dal
tempo storico cui fa riferimento l'aneddoto riportato: la
chamizo era la sottoveste, essere vestite solo di quella
equivaleva ad essere nude.
Una condizione
particolare di "non donabilità" dell'abito
era costituita dall'eventuale sua appartenenza al fardel
("corredo nuziale") qualora questo fosse stato prezzato.
Spesso infatti i capi del corredo erano valutati e le famiglie
conservavano un quaderno dove veniva riportata tale valutazione;
questo serviva nella divisione delle eredità, quando alle
donne veniva diminuita la parte ereditata del valore del corredo. Il
corredo, che faceva parte dell'eredità ed aveva un
preciso valore economico, non poteva diventare il "vestito
eterno" di un morto.
Sembra quindi che ciò
che atteneva alla sfera degli affari non potesse oltrepassare la
soglia dell'aldilà: i due mondi, quello economico e
quello spirituale erano nettamente separati. Anche in questo caso non
mancano episodi "educativi":
"Dicevano anche
che c'era una donna de La Louzeto che aveva visto
qualcuno, di mattina presto, arrivare solo con la camicia da notte e
disse: <Ohi, chissà perché quella lì è
solo in camicia?> Allora domandò e le dissero che quella
donna era stata vestita con la roba del fardel che era stata
valutata" (dondo Margò).
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L'escœr
("Il lutto")
Il lutto si presenta
come il tempo che deve trascorrere perché il morto si
inserisca appieno nel mondo dei defunti e perché,
parallelamente, la famiglia ritrovi una piena cittadinanza in quello
dei vivi. Da un altro punto di vista, ma affermando sostanzialmente
la stessa cosa, si può dire che il lutto è il tempo
necessario perché ciò che un tempo era unito si separi
per sempre.
A parte le regole di
comportamento, su cui non sono state raccolte testimonianze
significative, il periodo del lutto era regolato soprattutto in
merito all'abbigliamento femminile. Il percorso di uscita dal
lutto era scandito dalla modulazione di colori obbligatori, permessi
e proibiti; il percorso variava a seconda del grado di parentela con
il morto.
Le informazioni a
disposizione segnalano le seguenti procedure.
Nel caso della morte di
un parente stretto, come un coniuge o un genitore, erano previsti due
anni di nero, un anno bianco e nero, sei mesi di bianco e blu (con la
facoltà di aggiungere il nero e il marrone ed il divieto del
verde e del rosso) e sei mesi verde e blu (con la sola interdizione
del rosso), arrivando così ad un periodo di quattro anni.
L'uscita dal percorso di lutto era sancita dalla possibilità
di tornare ad indossare il rosso.
Per la morte di un
figlio, ferme restando le interdizioni ed i permessi appena
descritti, si osservava un anno di bianco e nero, sei mesi di bianco
e blu e sei mesi verde e blu.
Il lutto per un cugino
di primo grado prevedeva tre mesi di bianco e blu ed un eguale
periodo di bianco e verde, con la possibilità di sostituire il
bianco con il marrone scuro od il nero.
Il lutto degli uomini
(verosimilmente nel caso della morte di un parente stretto)
consisteva invece nel fregiare per due anni il vestito con lou
dol: anticamente era una fascia nera da portarsi al braccio, che
è state nel tempo sostituita da una luvreietto niero
("piccolo nastro nero") da cucirsi sul bavero della
giacca ed ha lasciato il posto, in tempi recenti, ad un bottone
all'occhiello. Essi inoltre si dovevano astenere per un mese
dalla rasatura della barba.
Anche in relazione al
lutto si riscontra la sostanziale differenza della morte di un onge,
per la quale non si osservava lutto alcuno.
La sommaria analisi
geografica, storica e sociale svolta nell'introduzione ha messo
in evidenza la particolarità di Torrette rispetto al
territorio in cui è inserita.
Abbarbicata all'opaco
dell'ultimo lembo di terra pianeggiante della parte medio alta
della valle, distante sia dal comune di appartenenza, Casteldelfino,
che dal comune limitrofo, Sampeyre, questa frazione si mostra già
dalla collocazione geografica come una realtà a se stante.
Dal punto di vista
storico Torrette è stata per un lungo periodo un luogo di
frontiera: era il primo centro abitato che si incontrava lasciando il
territorio del Marchesato di Saluzzo (poi Regno Sabaudo), e l'ultimo
in cui si transitava arrivando dal Delfinato (poi Regno di Francia).
Collocata per secoli al centro di scambi e contrasti fra imponenti
regni, la piccola comunità di Torrette ha probabilmente goduto
in modo particolare dei primi, ma ha dovuto imparare a sopravvivere
rispetto ai secondi. L'autonomia, anche culturale, è
probabilmente stata una condizione necessaria, a tutto svantaggio di
un solido senso di appartenenza ad una realtà più
grande.
All'isolamento
fisico ed alla liminalità storica si aggiunge una sostanziale
mancanza di riconoscimento sociale da parte degli abitanti delle
comunità vicine: per quelli di Sampeyre i torrettesi fanno
oggi parte di una differente realtà amministrativa e
storicamente sono stati degli "stranieri"; per gli
abitanti di Casteldelfino, ancora oggi, le stesse persone sono i
primi esemplari di mamou (sampeyresi) che si possono
incontrare scendendo a valle.
Rispetto al rapporto con
la morte e l'aldilà, le testimonianze raccolte e la
ricerca bibliografica evidenziano una specificità quantomeno
di intensità. Le credenze e le pratiche che regolavano tale
rapporto non erano di per sé differenti da quelle dei comuni
vicini, quanto piuttosto molto radicate e, quindi, pervasive rispetto
alla vita quotidiana delle persone.
Utilizzando una metafora
suggestiva, si ha la sensazione che la mancanza di stabili legami
orizzontali con le comunità vicine abbia favorito lo sviluppo
di potenti legami verticali, tra le generazioni, che sembravano poco
intaccati dalla morte.
Il fenomeno del cours
e il suo perpetuarsi fino a tempi non molto lontani possono essere
letti come una conferma di quanto affermato; l'assenza della
mediazione della Chiesa in questa credenza, implicita nella presenza
di un abitante del luogo a guida della processione, può essere
invece considerata un tassello nel mosaico dell'immagine di
comunità autonoma.
...
Un altro aspetto che si
vuole evidenziare è quello relativo al rapporto degli uomini
con l'aldilà, che è stata la domanda iniziale da
cui questa indagine ha preso le mosse.
Si è rilevato che
i morti hanno bisogno dei vivi e i vivi sono al servizio dei morti,
sia come anello di congiunzione per il loro ritorno, sia come tramite
per agevolare il definitivo passaggio al paradiso; il ruolo dei vivi
è quindi duplice e il loro valore nel confronto dei morti è
doppio. Appartenendo però questi ultimi ad un mondo fuori dal
controllo terreno, i morti sono una presenza il cui volere è
da assecondare con estremo rispetto e condiscendenza: il peso del
mondo ultraterreno su quello reale traspare da tutte le
testimonianze.
Quindi, se è vero
che il confine tra i vivi e i morti è fortemente sfumato e che
il potere reciprocamente esercitato crea un legame di
interdipendenza, è vero anche che siamo in presenza di un
evidente sbilanciamento fra la natura dei poteri esercitati: il mondo
dei vivi sembra subordinato a quello dei morti, in un atteggiamento
di rispetto, di deferenza, quasi di timore.
Utilizzando il rapporto
di potere come punto di osservazione di questa realtà, emerge
che la comunità dei viventi appare quasi costretta all'estremo
rispetto delle consuetudini e delle regole che si sono consolidate
nei secoli, come una proiezione infinita del V comandamento. La
macroanalisi storica non esita ad attribuire tale stato di cose al
progressivo radicamento del potere dell'istituzione
ecclesiastica sul territorio (Schmitt 1995, 151-158), in questo modo
si è tralasciata però la possibilità di dar
significato alla medesima realtà utilizzando altre chiavi di
lettura, quali il bisogno di coesione e riproduzione sociale e
culturale delle comunità.
Richiamandosi al primo
paragrafo, ed utilizzando un diverso punto di osservazione, si
possono mettere in evidenza, per esempio, gli aspetti fecondi del
rapporto fra i vivi ed i morti. Partendo dalla condizione di
isolamento illustrata, si può immaginare senza sforzo quale
"beneficio di ritorno" potesse avere per i vivi un senso
di appartenenza verticale così tenace. Col medesimo punto di
vista si può altresì pensare che la presenza di un
legame con i defunti continuamente rinnovato fosse uno degli elementi
che maggiormente aiutavano ad addomesticare la morte.
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